L'Illusione della Felicità - Armonia & Reiki

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L'Illusione della Felicità

Approfondimenti
  
L’ILLUSIONE DELLA FELICITÀ

“La gioia sta nel procedere, l’infelicità nel fermarsi. ”
Roberto Assagioli

I nostri ostacoli interni verso la crescita e lo sviluppo spirituale possono essere causa della maggior parte dei nostri malesseri, sia fìsici che psicologici. Questi osta­coli derivano da alcuni atteggiamenti errati che pos­siamo assumere verso la vita, nella fase evolutiva, in cui la nostra vera coscienza non si è ancora risvegliata. Uno di questi ostacoli è la nostra continua ricerca della felicità, che ci condiziona in maniera determinan­te e ci spinge verso scelte sbagliate e illusori miraggi.


Potremmo chiederci: “Perché l’uomo cerca sempre la felicità? Perché si sente sempre insoddisfatto e pri­vo di qualche cosa, che non sa bene definire? Perché è infelice?”
Paradossalmente “l’uomo è infelice perché non sa di essere già felice”, come afferma Dostojevsky. Questa fra­se nella sua apparente assurdità nasconde una profonda verità e ci conferma che la reale essenza dell’uomo, il suo Sé è in uno stato di perpetua Gioia e Beatitudine.

Purtroppo l’uomo è “inconscio” di questa sua es­senza e quindi non sa di possedere già la felicità nel profondo di se stesso.
Tuttavia è come se egli sentisse inconsciamente questa realtà e possedesse un misterioso oscuro pre­sentimento di essa, perché cerca sempre la felicità, considerandola un suo “diritto inalienabile” e si sente tradito e deluso perché gli sfugge sempre.

Questo atteggiamento, però, può trasformarsi in uno degli ostacoli più insidiosi e più difficili da supe­rare del cammino evolutivo dell’uomo: l’illusione del­la felicità.
Che cosa vogliono dire queste parole? Che cosa è veramente l’illusione ?

Secondo le dottrine spirituali, con il termine illu­sione si vuole esprimere il concetto di interpretazione errata di una verità, prodotta da uno stato di simbolico annebbiamento, che altera la visione delle cose.
L’annebbiamento è simile al miraggio che, come è noto, è un fenomeno ottico che si verifica in partico­lari condizioni atmosferiche, che fa sembrare vicine immagini di paesaggi lontani, come quelle delle oasi nel deserto di sabbia.
Pur essendo vero che la meta verso cui l’uomo si muove è la gioia del Sé, occorre che egli attraversi un lungo processo di evoluzione, di purificazione e di sviluppo della coscienza per poterla raggiungere, e per poter comprendere quale sia la natura reale di questa felicità verso cui egli tanto ardentemente anela.

Che cosa è infatti la felicità? L’uomo si è posta questa domanda fin dall’inizio della speculazione filo­sofica, e infinito è stato ed è, il numero degli studiosi che hanno cercato di rispondervi, trovando ognuno una risposta diversa.
E’ come se questo stato interiore che noi chiamiamo felicità differisse da persona a persona; infatti come dif­ferisce il modo di soffrire, così differisce il modo di esse­re felici. Se si chiedesse ad ognuno di noi che cosa vor­rebbe per essere felice, o che concetto abbia della feli­cità, ognuno risponderebbe in maniera diversa, oppure, non sapendo dare una risposta precisa, enuncerebbe una serie di affermazioni teoriche e puramente idealistiche.

Questa difficoltà a definire il concetto di felicità è stata sperimentata da tutti coloro che se ne sono oc­cupati, tanto che si è giunti alla conclusione unanime che “chi cerca la felicità, non la trova mai”. Infatti la felicità è in realtà uno “stato di coscienza” e non l’ef­fetto del raggiungimento di un obiettivo desiderato o della soddisfazione di un bisogno.
Questo stato di coscienza è estremamente sogget­tivo e si manifesta in maniera diversa da persona a persona, come abbiamo già detto. Quindi la felicità, come la sofferenza, non dipende da eventi esterni ma da uno stato di coscienza particolare ed indefinibile.

Dopo questa premessa cerchiamo di chiarire le ra­gioni per cui esiste tale difficoltà.

L’uomo vive su varie dimensioni, come affermano sia l’attuale psicologia che le dottrine esoteriche. Esse sono quattro: fisica, emotiva, mentale e spirituale. Quest’ultima è la vera dimensione umana che inclu­de tutte le altre e allo stesso tempo le trascende. E’ la dimensione dove vive il Sé, che è il Vero Uomo.  
Se vogliamo dare una connotazione pratica alle nostre riflessioni sulla felicità, ognuno di noi dovreb­be cercare di capire su quale di queste tre dimensioni si colloca più facilmente e con quale è maggiormente identificato.
Per ognuno di questi livelli, l’uomo possiede un veicolo o corpo, composto di energie che hanno biso­gno di esprimersi per raggiungere uno stato di benes­sere e di armonia, quello stato di benessere e di armo­nia che noi chiamiamo felicità.

Quando ancora questi veicoli non sono guidati dal­la coscienza del Sé, hanno ognuno una diversa esigen­za di “felicità” che può anche prevalere e condizionare tutta la vita dell’individuo, a seconda del suo grado di identificazione con un particolare veicolo, che corri­sponde al livello evolutivo che sta attraversando.

A livello fisico predomina l’esigenza del piacere.
A livello emotivo predomina il bisogno di felicità e di appagamento affettivo.
A livello mentale, anche se non tutti gli studiosi se ne sono occupati, predomina l’esigenza di chiarezza e di serenità.
A livello spirituale soltanto, si rivela uno stato di coscienza completo e totale che non è più l’appagamento di un bisogno, ma uno stato interiore in realtà indefinibile di gioia permanente.

E’ come se l’uomo, attraverso il suo lungo processo evolutivo, dovesse effettuare una simbolica salita in­teriore, dal livello fisico fino alla dimensione spiritua­le, per scoprire infine che tutto ciò che aveva provato prima e che aveva interpretato come momenti di feli­cità, era soltanto illusione, dovuta alla identificazione con i bisogni e i desideri del veicolo che in quel mo­mento prevaleva.

Tutto ciò, ci conferma che l’aiuto più grande ci può venire dalla comprensione profonda della Legge di Evoluzione, che non deve essere vista solo come una teoria, ma come un mezzo pratico di sviluppo del­la coscienza e di realizzazione.
Tutti coloro che sostengono la realtà dell’evolu­zione hanno avuto delle profonde intuizioni sullo scopo della vita e sul destino dell’uomo. Basti citare Theillard de Chardin che ha dato un significativo contributo con le sue intuizioni al concetto dell’uo­mo e alla teoria dell’evoluzione, riuscendo a concilia­re queste idee innovatrici con la sua fede cristiana. Egli ha anche scritto un “Saggio sulla felicità” in cui divide gli uomini in tre categorie: gli stanchi i gaudenti gli ardenti.
Gli stanchi sono coloro per i quali la massima feli­cità consiste nell’essere “lasciati in pace”, nell’evitare di fare sforzi e di complicarsi la vita; possono essere pa­ragonati agli ignavi danteschi, “color che mai non fu rvivi”.

Anelano alla “felicità di tranquillità”, non si im­pegnano nella lotta, ma preferiscono ritirarsi di fronte agli ostacoli. Sono i pigri, gli inerti, i rinunciatari.
I gaudenti sono gli individui edonisti e sensuali sempre alla ricerca di nuovi piaceri, di nuove sensa­zioni, di nuove esperienze. Anche loro rifiutano di complicarsi la vita con problemi profondi perché l’u­nico vero problema per loro è quello di provare pia­ceri sempre più intensi.

Purtroppo oggi questo atteggiamento è molto dif­fuso perché quella odierna sembra essere un’epoca di edonismo in cui il piacere viene considerato come fe­licità e non come un aspetto naturale dell’esistenza.
Anche Erich Fromm nel suo libro “Avere o Esse­re” cerca di mettere in luce la differenza che esiste tra il piacere e la gioia; egli dice che il piacere è “ la sod­disfazione di un desiderio” che non produce gioia ma un sollievo momentaneo e in certi casi, quando è molto intenso, uno stato di passeggera euforia che presto scompare lasciando un senso di vuoto e di de­lusione.

Definisce invece la gioia così: “La gioia non è l’estasi di un istante, bensì lo splendore che aureola l’essere”.

La caratteristica fondamentale che differenzia il piacere dalla gioia è che lo stato di apparente sollievo prodotto dal primo non solo è impermanente ma non è completamente appagante.
Anche quando si tratta di un bisogno non fisico, come quello di essere amati ed apprezzati, una volta soddisfatto, non basta mai e lascia sempre un senso di vuoto perché lo stato di felicità che può produrre non  sorge da una effettiva realizzazione ma da una soddisfazione epidermica che non arriva in profondità e non produce maturazioni e cambiamenti.  

Ad esempio anche il bisogno di essere amati e di amare non proviene da una vera capacità di amare, ma da un senso di incompletezza e di solitudine. Non amiamo una persona per se stessa ma perché ci serve a riempire un vuoto interiore. Infatti possiamo amare veramente solo quando siamo a contatto con il Sé, perché il vero amore nasce dall’Anima e non dall’e­motivo. Solo se riuscissimo, attraverso la nostra Ani­ma, a collegarci con l’Anima dell’altro saremmo ve­ramente felici ed appagati. Dal momento però che non riusciamo a salire al di sopra dei bisogni e delle aspettative, rimaniamo sempre insoddisfatti.

Salendo al di sopra dei bisogni e cioè disidentifi­candoci da essi, riusciremmo anche a comprendere quello che realmente l’impulso che muove quell’e­nergia vuole raggiungere. Tale impulso in realtà viene sempre dal Sé ed ha un fine evolutivo da scoprire e da attuare. L’uomo invece interpreta in maniera erro­nea tale impulso poiché è condizionato da falsi mo­delli e da illusori miraggi ricevuti dall’esterno.

Anche per quel che riguarda il piacere fisico e la sensualità occorrerebbe comprendere quello che i no­stri sensi veramente ci vogliono dire. Che cosa c’è ef­fettivamente dietro al tatto, al gusto, all’udito, alla vista, all’olfatto?
Secondo le dottrine esoteriche dietro a tutti i no­stri sensi fisici esistono dei sensi più profondi che pro­vengono dalla parte più alta di noi stessi e che hanno ognuno una particolare funzione, diversa da quella espressa sul piano fisico e che l’uomo a poco a poco deve sviluppare, per venire in contatto con dimensio­ni di coscienza più elevate.  

E’ possibile venire in contatto con questa sensibi­lità più profonda a volte in meditazione, oppure in momenti particolari, di fronte alla bellezza della na­tura che può produrre stati di estasi. Quella bellezza fisica infatti, quell’armonia di colori, quelle sfumature di ombre e di luce, attraverso quella che credevamo fosse la vista fisica, sono andate a risvegliare una sen­sibilità più elevata, una vibrazione particolare che ci rivela un mistero e una realtà sovrumana: l’aspetto bellezza di Dio. Ciò può avvenire anche attraverso l’udito, quando ascoltiamo una musica che va a toc­care delle corde interiori. Gli orientali sanno che par­ticolari suoni possono risvegliare certi chakra con la loro vibrazione. Questi sono alcuni accenni di quello che poi si rivelerà gradatamente quando saremo più evoluti e più coscienti.

Chi percorre un cammino interiore di maturazio­ne, un cammino spirituale, procedendo verso la rea­lizzazione, vede a poco a poco raffinarsi la propria sensualità che diviene progressivamente “sensibilità” a qualcosa di più profondo, a vibrazioni ed energie non più materiali ma sottili. E’ questa la preparazione al risveglio della coscien­za del Sé.

La terza categoria di uomini di cui parla Tbeillard de Chardin si riferisce agli “ardenti” e cioè a coloro che vivono spinti verso la crescita e l’evoluzione e che intendono la vita come movimento verso stati di coscienza sempre più elevati. Per essi la felicità è l’a­desione cosciente e gioiosa a questa crescita.  

Per Theillard de Chardin dunque le tre categorie in cui egli suddivide l’umanità ricercano rispettivamente: la felicità di tranquillità la felicità di piacere la felicità di crescita.

Queste tre categorie corrispondono in realtà a tre livelli evolutivi attraverso cui l’uomo deve necessa­riamente passare prima di raggiungere la vera e totale gioia che proviene dalla dimensione spirituale.
Questo percorso interiore dell’uomo è disseminato di momenti di illusoria felicità e momenti di sofferen­za che lo portano a comprendere i suoi errori, a svi­luppare uno stato interiore di distacco, di calma, di chiarezza di visione che abbiamo chiamato serenità. Questo stato si manifesta prevalentemente per effetto della conoscenza e della comprensione delle leggi che regolano la vita. Per questo possiamo definire la sere­nità come uno stato di “felicità mentale” che produce pace interiore, chiarezza di visione e un senso di li­bertà, come quello che si prova a volte quando si sale in cima ad una montagna dove si respira aria pura e lo sguardo può spaziare al di sopra delle nubi e della nebbia. Non è uno stato di indifferenza e di freddezza, ma uno stato di profonda consapevolezza, di lungimi­ranza, di inalterabilità che fa vedere tutto nelle giuste proporzioni e nella vera luce.  

Il termine sereno deriva dal latino “serenus” che significa asciutto. Infatti il cielo sereno è quello che si trova al di sopra delle nubi cariche di acqua, al di sopra della nebbia, dove splende sempre il sole. Sim­bolicamente la serenità può riferirsi al livello di co­scienza che troviamo dentro di noi quando saliamo al di sopra delle acque emotive (il simbolo dell’emotivo è l’acqua) che creano annebbiamenti e illusione. In questo livello si rivela la calma, la chiarezza e la stabi­lità del livello mentale superiore ricettivo alla luce solare del Sé.

Raggiungere la serenità è quindi un fatto fonda­mentale perché esso rappresenta una specie di piat­taforma di lancio per spiccare il volo verso la Gioia del Sé.
Molti hanno sperimentato la verità di queste pa­role.

Anche Allan Watts nel suo libro “Il significato della felicità” afferma che la gioia spirituale non può essere raggiunta se non si passa attraverso uno stato di rilassamento, di calma, di silenzio e di assenza tota­le di tensioni, perché il Sé non può in alcun modo manifestarsi in una personalità agitata, tesa, conflit­tuale oppure immersa in una euforia esaltante. Quest’ultima infatti è più nociva della depressione perché è simile ad una droga che può indurre a commettere gravi errori ed azioni incontrollate a causa dello stato di ubriacatura che crea.

A volte stranamente si può provare la rivelazione della Gioia del Sé in mezzo al più profondo dolore. Quando si soffre infatti, e si accetta la sofferenza, si può produrre dentro di noi uno stato di maggiore chiarezza e di maggiore contatto con se stessi, che possono produrre un capovolgimento di coscienza.   
Queste affermazioni sono basate su esperienze e testimonianze di un infinito numero di persone che hanno provato, sia pure per brevi attimi, questo tipo di felicità, senza causa apparente e che spesso si è pre­sentato in momenti drammatici in cui nulla poteva aver contribuito alla manifestazione di questo stato interiore di luce e di letizia.

Nel suo libro “L’uomo e la felicità” Georg Brochmann riporta la sua esperien­za di uno di questi momenti particolari che ha cam­biato tutta la sua vita e che lo ha spinto a scrivere un libro sul misterioso significato della felicità. Egli rac­conta la sua esperienza, che considera una grazia divi­na, poiché gli si è presentata proprio nel momento più tragico della sua vita quando avrebbe dovuto es­sere completamente immerso nell’angoscia e nella di­sperazione.
Proprio durante l’occupazione nazista del suo pae­se, la Norvegia, mentre egli si trovava su una imbar­cazione lontano dalla costa, sentì alla radio la notizia che i tedeschi avevano bombardato la sua nazione e in particolare la città dove risiedeva sua moglie, men­tre era già a conoscenza che tanti suoi amici erano stati deportati nei campi di sterminio.

Eppure , in quel preciso momento così tragico, improvvisamente sentì di passare ad un altro stato di coscienza e provò una gioia profonda ed indescrivibile. Lui stesso si me­ravigliò del contrasto fra la drammatica e angosciosa situazione esteriore e la gioia intensa che provava interiormente. Questo stato interiore di cui non capiva l’origine gli ha permesso di infondere forza e speranza anche a chi gli stava vicino, come se attraverso di lui si manifestasse una misteriosa energia di gioia e di amore. Da quel momento in poi, egli scrive, è avve­nuto in lui un profondo cambiamento e si è sentito spinto successivamente a voler approfondire la natura e il senso di quella gioia che lo aveva inondato pro­prio in mezzo ad una esperienza drammatica, e da queste sue riflessioni e ricerche è nato il libro citato.

Queste esperienze ci dimostrano che la gioia che proviene dal Sé è di natura completamente diversa da qualsiasi altro tipo di felicità o di piacere che pos­siamo provare a livello personale, e non vogliono na­turalmente significare che la gioia del Sé possa essere provata solo attraverso il dolore, ma vogliono farci capire che questo stato di coscienza superiore può sussistere anche contemporaneamente alla sofferenza.

E’ uno stato di coscienza talmente diverso da tutto ciò che abbiamo potuto provare prima e che abbiamo interpretato come momenti di felicità, che è difficile definirlo, e infatti tutti coloro che lo hanno provato, sia pure per un breve attimo, dicono che è “ineffabi­le”. Forse la nota fondamentale di questo stato, che è quella che ci rimane più impressa all’inizio, è uno sta­to di profonda calma, di totale appagamento, privo di ansie, di tensioni, di insoddisfazioni, un senso di tota­le completezza.

Per chi non l’ha provato questo stato può sembrare assenza di vita, mentre invece è la ma­nifestazione della Vera Vita, di quella Vita che non riusciamo a percepire quando siamo immersi nei desideri e nei bisogni, identificati con essi.
Nello stato di perfetta calma interiore e di assenza di desideri, pos­siamo sentire tutto e tutti come se fossero dentro di noi. Sentiamo un amore grande e profondo, un senso di condivisione, di comprensione, di espansione. Sco­priamo di essere Amore, Volontà, Creatività, e solo allora possiamo “fare”, nel senso di poter agire nella giusta maniera.

E’ uno stato di realizzazione, è la ces­sazione della lotta che si è combattuta fino ad allora, è la scoperta che possiamo “essere veramente” e “danzare con la vita”, trasformando ogni esperienza in coscienza.
    
 
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