La Coscienza - Armonia & Reiki

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Centro studi per la formazione psico-spirituale indirizzata all'autorealizzazione attraverso lo sviluppo della coscienza.
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La Coscienza

Approfondimenti
  
CHE COSA È LA COSCIENZA

» ... Coscienza e Vita sono identiche, due nomi per una cosa sola, secondo che viene osservata dall’interno o dall'esterno. Non vi è vita senza coscienza, non vi è coscienza senza vita».
(Da «Studio sulla coscienza» di A. Besant)


Tutti gli errori e le sofferenze dell’uomo derivano dal fatto che egli ignora proprio quella che dovrebbe essere la cosa più importante da conoscere, e cioè che l'unico vero scopo dell'esistenza è «sviluppare la coscienza» fino al punto di realizzare la propria essenza spirituale, il centro autentico del proprio essere, che è il Sé.

Realizzare il Sé non è un’astrazione, non è una fuga dalla vita: è realizzare se stessi pienamente, svegliarsi e divenire quello che siamo veramente. Quest’ultima frase, apparentemente paradossale, si spiega con il fatto che l’uomo, pur essendo nella sua essenza più profonda una scintilla divina, è inconsapevole di ciò, è immerso nell'oscurità dell’incoscienza e pertanto tutto il suo cammino evolutivo ha come meta di uscire da tale incoscienza, di risvegliarsi gradatamente ed infine di ritrovare la propria natura reale.

Queste parole, tuttavia, possono apparirci prive di significato o puramente teoriche, se non cerchiamo, prima dì tutto, di comprendere che cosa sia veramente la coscienza.

La parola «coscienza» è uno dei termini a cui possono attribuirsi i più vari significati, se è considerata dal punto di vista comune. Ad esempio la troviamo usata semplicemente come «consapevolezza» di qualche cosa, essere consapevoli di camminare, di sentire un dolore fisico o morale ecc., oppure come «coscienza morale» (voce della coscienza), e cioè come senso soggettivo del bene e del male, come rimorso, senso di colpa, ecc.. La troviamo spesso usata anche in senso psicologico, come consapevolezza dei fatti interni, come capacità di avver­tire le modificazioni psìchiche.

Sotto questo aspetto essa e considerata dagli studiosi come suscettibile di sviluppo, di ampliamento e di affinamento, tanto che il suo grado di sensibilità e di profondità può variare da persona a persona.

Le dottrine spiritualistiche, però, danno alla parola «coscienza» un significato molto più vasto, universale e profondo, fino ad identificarla con l'essenza stessa dello Spirito, che permea di sé tutta la manifestazione. Essa è, perciò, considerata come la Vita stessa, come l’Energia Divina, l’Agni fondamentale, o il Jiva degli indù. La coscienza-vita è dappertutto, in tutto il cosmo, in tutti ì regni delia natura e persino nell’atomo» dove si rivela come reattività intelligente. Anche se tale coscienza atomica è lontanissima dalla coscienza dell’uomo, tuttavia dimostra che anche nella materia, che noi crediamo inerte e statica, vi è una certa sensibilità, una capacità di reagire, una specie di intelligenza.

Già Edison nel 1890 era giunto a questa conclusione e scriveva:
«Non credo che la materia sia inerte, né che ubbidi­sca ad una forza esterna. A me sembra che ogni atomo possegga una certa quantità di intelligenza primigenia. Basti osservare le migliaia di modi in cui gli atomi di idrogeno si combinano con quelli di altri elementi, for­mando le diverse sostanze».

In tutte le forme, in tutti i regni della natura, questa energia universale e divina, che è la coscienza, questa misteriosa forza fa sentire in mille modi la sua presenza.

Essa è la leva dell'evoluzione, essa è il fuoco nascosto che spinge la natura a moltiplicarsi in innumerevoli forme, fino a giungere alla forma umana, che sembra essere l’ultima nella scala evolutiva. Ed è qui che la coscienza-vita, la coscienza-forza trova quello che aveva instancabilmente cercato: il veicolo adatto per esprimersi in tutta la sua pienezza passando dallo stato di latenza alla piena consapevolezza.

Infatti prima dell’uomo essa era, paradossalmente «coscienza inconscia», potenziale, non manifesta. La sua vera ed essenziale qualità di consapevolezza dì essere non si manifestava pienamente, ma rimaneva latente e poten­ziale, esprimendosi solo come vaghe e diffuse sensibilità, come generica capacità di selezione e di reazione, come intelligenza elementare. Nell’uomo invece trova il terreno adatto per esprimere gradualmente tutte le sue qualità, fino al suo completo splendore divino.

In lui il germe divino della coscienza si condensa e si rinchiude come in una matrice, ed è proprio questa chiusura, questa separazione dall'unità primordiale incon­scia, che fa risvegliare la coscienza, e la trasforma in « auto-coscenza».
La forma umana infatti, nel suo insieme fìsio-psichico, è considerata dalle dottrine esoteriche, come la sostanza, la matrice che può essere fecondata dall’energìa divina.

Essa è perciò simbolicamente chiamata, la Madre, che per opera del Padre dà alla luce il Figlio, che è appunto la coscienza risvegliata, l'Anima individualizzata.

L'uomo non sa di essere il punto d'incontro del finito con l'infinito. Non sa che egli è la terra fertile dove è stato messo un seme divino, che a poco a poco deve germogliare e crescere, nutrito dagli elementi, dalle sostanze stesse che sono nella sua natura. Non lo sa. E per questo va avanti alla cieca, opponendo resistenza a questa energia spirituale che fermenta dentro di lui, e si crea sofferenze e conflitti, si dilania in una lotta titanica che si ripete continuamente di ciclo in ciclo. Questa lotta, questo attrito, però, non sono sterili, perché è proprio da essi che si sprigiona gradualmente e faticosa­mente la coscienza. La resistenza che si oppone alla spinta evolutiva, identificandosi con la materia, è all'inizio necessaria, poiché «la coscienza nasce dalla limita­zione».

«La materia è limitazione, e senza limitazione non esiste coscienza».

In altre parole senza la percezione del non-io, non sì può risvegliare il senso dell’io. Senza il riconoscimento di un mondo oggettivo che si oppone ad un mondo sogget­tivo, non si può manifestare la consapevolezza di sé. Questa dualità, creata dalla perdita della partecipazione inconscia all unità, come abbiamo già detto, è necessaria allo sviluppo della coscienza, che deve passare da uno stato vago ed inqualificato, ad uno stato di alta qualifica­zione, di piena delineazione e di completo «auto-ricono­scimento».
Arriva però un momento nel cammino evolutivo dell'uomo in cui egli cessa di opporsi, non lotta più, ma anzi desidera «capire» il perché di ciò che accade, di afferrare il vero significato della vita, e soprattutto desi­dera «trovare se stesso».

Questa aspirazione a conoscersi, è il primo passo del lungo cammino del risveglio della coscienza, ed anche se l’uomo non ne è ancora consapevole, è proprio la coscienza dentro di lui che lo sospinge in avanti, che gli dà l’aspirazione a ricercare la realtà dietro alle apparenze, e che gli dà l’irresistibile impulso ad accrescersi e ad autorealizzarsi.

A questo punto potremmo domandarci: «Siamo anche noi a questo punto del sentiero evolutivo, in cui aspi­riamo a scoprire «chi siamo veramente», e a divenire coscienti della nostra vera natura?».

Se la risposta è affermativa dobbiamo metterci all’o­pera, e (come dice Sri Aurobindo)« afferrare la leva della nostra evoluzione», per aprire la strada alla luce della coscienza-forza che preme per manifestarsi.

Come innanzi detto, colui che cerca la coscienza, cerca per prima cosa di capire se stesso, e così dobbiamo fare anche noi, cominciando con l’interiorizzarci per osservare il nostro mondo soggettivo e per cercare di sco­prire quanto di vera consapevolezza c'è in noi.

Ci accorgeremo subito che quello che si presenta al primo momento della nostra osservazione è solo la super­fìcie della coscienza, per dir così, e cioè un insieme dì sensazioni, stati d'animo, pensieri che affiorano come bolle d'aria da uno strato più profondo di cui noi vediamo solo la faccia esterna. Questa «superficie» della coscienza, i cui contenuti sono mutevoli, fluttuanti e spesso imprecisi, è quella zona della nostra psiche, che gli psicanalisti chiamano «il cosciente» (o il conscio), e che considerano il polo opposto dell'inconscio.

In genere il cosciente non è vera coscienza, anzi è spesso «falsa coscienza», perché formato da illusioni, condizionamenti, finzioni, che sono sorti a poco a poco per gii influssi che ci sono venuti dall'ambiente, dalla società, dalla famìglia, sin dall'infanzia. Molto frequentemente il cosciente è come una « maschera» che copre la vera coscienza, e che la altera e la deforma. Tutto ciò che invece appartiene alla vera coscienza è autentico, sponta­neo, libero, immediato, creativo. Rispecchia la realtà di noi stessi, le nostre vere tendenze, le nostre qualità pro­fonde, la nostra natura piu Ìntima.
Ecco perché, ogniqualvolta riusciamo ad esprìmere qualche cosa che rispecchia la vera coscienza, diveniamo simili a fanciulli, per quello che riguarda la freschezza, la sincerità, l'innocenza, la spontaneità, e nello stesso tempo veramente maturi, in quanto a saggezza, equilibrio, sere­nità e forza.

Per questo possiamo affermare che la vera coscienza non è espressa neanche dal pensiero. È molto importante tener presente ciò, poiché in genere noi occidentali ci siamo fermati al «cogito ergo sum» di Cartesio, che dovremmo invece capovolgere in «suiti, ergo cogito». Infatti nella sua realtà più completa e profonda la coscienza è soprattutto «Pessere contrapposto al divenire». Inoltre, ciò che abbiamo detto per il cosciente, che può essere inautentico e condizionato, vale anche per il pen­siero. Se esso fosse «vero» pensiero, se le idee che muovono la nostra mente fossero frutto di intuizione e rispecchiassero la realtà, se soprattutto il pensiero fosse creativo, e cioè capace di trasformarci, di maturarci, allora potremmo dire, che esso può essere veicolo della coscienza, ed essere una sua espressione.

Siccome però, quasi sempre, ciò che pensiamo è frutto di abitudini, di pregiudizi, di condizionamenti, ed è un inconsapevole ripetizione dì idee altrui, di opinioni di massa, ecc., non possiamo affermare che il pensiero coincida con la coscienza poiché le qualità fondamentali ed inconfondibili della coscienza sono l'autenticità, la creatività, la completa aderenza alla realtà soggettiva della nostra natura.

Si arriva perciò all'affermazione, apparentemente assurda, che tutto ciò che è inconscio si avvicina di più alla vera coscienza, di quello che riempie ordinariamente la nostra consapevolezza. In altre parole; la vera coscienza è ancora inconscia, e ciò che affiora alla superficie, è coscienza falsata e condizionata.

Dobbiamo quindi scoprire questa «coscienza incon­scia», farla affiorare, e liberarci dai condizionamenti e dalle influenze esteriori, che ci hanno fatto deviare, alie­nandoci da noi stessi.

Questo vuol significare Sri Aurobindo quando afferma che «Devoluzione è in realtà trasformazione dell’energia in coscienza».

Abbiamo visto infatti che la coscienza è anche energia. Essa è vita, è l’energia fondamentale, è Agni, quindi trasformare l'energia in coscienza, significa «far divenire conscio, ciò che è inconscio», poiché l'inconscio è energia.

La natura dinamica ed energetica dell’inconscio è ormai un fatto accertato anche dalla psicanalisi, ed è una realtà che dovremmo sempre ricordare, poiché nasconde il segreto della nostra evoluzione.

La coscienza-forza universale nell’uomo quindi ha due poli, l’uno è il cosciente, e l'altro è l'inconscio, e que­st'ultimo rappresenta l’aspetto energia. Dalla fusione di questi due poli (o trasformazione dell’aspetto energia in coscienza) nasce la vera coscienza, che è espressione del Sé.

Se osserviamo noi stessi per trovare una convalida di quanto detto sopra, ci accorgeremo che ogni qualvolta sperimentiamo un risveglio di coscienza, a qualsiasi livello esso sia, nasce dalla fusione di due poli opposti, dal superamento di una dualità.

Questa è una verità da tener sempre presente, perché essa nasconde una vera e propria tecnica di sviluppo, un metodo pratico per aiutare il risveglio della coscienza.

Per fare un esempio concreto, quando cerchiamo di esprimere in parole un nostro pensiero intuitivo, sinte­tico, un idea astratta, nello sforzo che facciamo per riu­scire ad esprimere esattamente, quello che abbiamo percepito, senza alterarlo, sprigioniamo una certa quantità dì coscienza, poiché si manifesta un «quid» che nasce dalla fusione di due aspetti, o poli opposti: l’intuizione (aspetto positivo, spirituale), e la parola (aspetto ricettivo, umano).

Questo può avvenire anche quando cerchiamo di tra­sformare una nostra convinzione intellettuale, dall’aspetto teorico, all’aspetto pratico, e cioè vogliamo unire la cono­scenza all’esperienza, e fondere due poli, perché ne nasca una maturazione, una presa di coscienza.

Si arriva però a fare queste scoperte, queste espe­rienze interiori gradualmente, e per successive fusioni ed integrazioni, ognuna delle quali sprigiona, per dir cosi, una certa quantità di coscienza.

La ragione di questo fatto è che la coscienza è l’aspetto Figlio, e cioè è il prodotto dell’unione del Padre-Spirito con la Madre-Materia, poiché in realtà la dualità è un fatto apparente, che è creato dalla nostra incoscienza, dalla nostra identificazione con la forma, e prendere coscienza, significa solo «ritrovare» questa unità.

L’uomo deve percorrere un cammino lungo e arduo, tuttavia, per ritrovare questa realtà, passando dall’inco­scienza alla coscienza, risvegliandosi a poco a poco, È una crescita interiore spesso faticosa e travagliata, ma che a poco a poco si rivela come un’avventura meravigliosa e gioiosa, che ci porta di scoperta in scoperta, di risveglio in risveglio, di livello in livello, fino all’abbagliante rive­lazione della nostra vera natura divina.

Per concludere questo approfondimento e rendere più pratico ed attuabile quanto è stato detto, cerchiamo di riassu­mere in alcune frasi sinteticamente quanto finora abbiamo cercato di esporre, e domandiamoci ancora una volta:

«Come possiamo definire dunque la coscienza?»

  1. La coscienza è uno stato interiore di consapevo­lezza, che si sviluppa a poco a poco, ed ha quindi vari livelli e gradi. Essa cì consente di venire in contatto, e di sperimentare direttamente la realtà delle cose, e la realtà di noi stessi, a qualsiasi livello esse appartengano.
  2. Quando si sperimenta la vera coscienza si ha un senso di risveglio e di illuminazione, come se si facesse una« scoperta», non con la mente soltanto, ma con tutti noi stessi. Per chiarire questo concetto cito quanto dice Eric Fromm (Da «Psicanalisi e Buddhismo Zen» ). «...Patto della scoperta ìn sé considerato, è sempre una esperienza totale. È totale, cioè nel senso che la persona per intero la esperisce. È un’esperienza che è caratterizzata dalla spontaneità ed immediatezza».
  1. Ogni minima apertura di coscienza porta con sé un risultato, una trasformazione, una maturazione, un ampliamento di visione che non si perdono più. Per questo lo sviluppo della coscienza è strettamente con­nesso con ogni esperienza diretta, con ogni effettiva realizzazione interiore. Non vi può essere coscienza senza, trasformazione.


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